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Fantasitaly. |
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Un giorno a New York
Quella pioggia mi dava fastidio, lo notai nel salire sul taxi assieme a Don Francesco e a Mario. Era una mattina grigia e dalla
città emanava un’atmosfera pesante, come
fosse una giornata invernale.
strana brezza che
preannunciava la fine dell’estate, mentre gli alberi si mostravano
popolati di foglie verdi e giallo rossiccio. quartiere, per le strade, per la facciata dei palazzi, tutto era intriso della sua esperienza vissuta assieme a ricordi e amici della
sua gioventù. alla sera, Don Francesco ed io, siamo tornati a casa con un’immagine più viva della città, non di quella dei turisti che si limitano a guardare, ma forse con la coscienza di avere scoperto qualcosa di più del mondo di Mario, che lui ci aveva
comunicato spontaneamente. davanti a enormi spazi aperti con cumuli di terra rimossa, attorniati da palazzi ormai segnati dal passaggio del tempo,
silenziosi testimoni di esilio, di sogni
e di emarginazione. volto, il suo entusiasmo per poterci mostrare il suo mondo, la terra, che forse per difficoltà della lingua, non era mai riuscito
a raccontarci in modo
esauriente in Italia. con la sua anima nera e latina, con i suoi ragazzi di periferia che mi ricordavano Quilmes e Avellaneda in Argentina, Baggio e Sesto a Milano: il walkman sulle orecchie, lo sguardo perso sulle cose che apparivano nell’immediato, al momento, sul
presente, ma che non andavano oltre. business con la spiritualità; anche lei amava ciò per cui si batteva e voleva comunicarcelo, la lotta contro la solitudine, aiutare a superare la battaglia contro l’emarginazione degli ispanici e dei neri, parlava di scuole e di informazione, ma mentre
conversava non riusciva a trascurare
la sua cultura anglosassone, passando, di tanto in tanto, dal telefonino
all’orologio. essere Greg, per me fu come se il suo volto uscisse dall’anonimato, come Mario la notte precedente, le sue parole si riempirono di spirito, le strade diventarono sue, si caricavano di vita e sensibilità.
Daniel Balditarra |
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