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Un giorno a New York

 

Quella pioggia mi dava fastidio, lo notai nel salire sul taxi assieme a Don Francesco e a Mario. Era una mattina grigia e dalla

 città emanava un’atmosfera pesante, come fosse una giornata invernale.
La notte precedente avevamo camminato attorno all’Università e visitato qualche negozio, ma nel mio ricordo resterà quella

 strana brezza che preannunciava la fine dell’estate, mentre gli alberi si mostravano popolati di foglie verdi e giallo rossiccio.
Mario ci aveva trasmesso il suo amore per la città, mettendo l’anima per spiegarci la storia di ogni piccolo particolare del

quartiere, per le strade, per la facciata dei palazzi, tutto era intriso della sua esperienza vissuta assieme a ricordi e amici della

sua gioventù.
Mario amava ciò che contava, lo si notava nella forza delle sue parole e nel suo entusiasmo pieno di sentimenti. Credo che

alla sera, Don Francesco ed io, siamo tornati a casa con un’immagine più viva della città, non di quella dei turisti che si

limitano a guardare, ma forse con la coscienza di avere scoperto qualcosa di più del mondo di Mario, che lui ci aveva

comunicato spontaneamente.
Non lontano dal Bronx ci aspettava Greg, fu lui a guidarci attraverso i quartieri più emarginati, nelle grandi strade trascurate,

 davanti a enormi spazi aperti con cumuli di terra rimossa, attorniati da palazzi ormai segnati dal passaggio del tempo,

silenziosi testimoni di esilio, di sogni e di emarginazione.
Mario spiegava la storia del quartiere, mentre io osservavo il viso di Greg, notando, dietro alla freddezza dei lineamenti del

volto, il suo entusiasmo per poterci mostrare il suo mondo, la terra, che forse per difficoltà della lingua, non era mai riuscito

a raccontarci in modo esauriente in Italia.
La pioggia sottile ci colpiva con forza mentre scendevamo dalla macchina e il Bronx appariva nudo di fronte ai nostri occhi,

con la sua anima nera e latina, con i suoi ragazzi di periferia che mi ricordavano Quilmes e Avellaneda in Argentina, Baggio

e Sesto a Milano: il walkman sulle orecchie, lo sguardo perso sulle cose che apparivano nell’immediato, al momento, sul

 presente, ma che non andavano oltre.
Poi la riunione con Lee, una donna dal viso quadrato e il corpo massiccio, estremamente pratica, che cercava di unire il

business con la spiritualità; anche lei amava ciò per cui si batteva e voleva comunicarcelo, la lotta contro la solitudine,

aiutare a superare la battaglia contro l’emarginazione degli ispanici e dei neri, parlava di scuole e di informazione, ma mentre

conversava non riusciva a trascurare la sua cultura anglosassone, passando, di tanto in tanto, dal telefonino all’orologio.
Poi il pranzo, il caffè lungo, la stretta di mano e di nuovo le strade del Bronx. Da quel momento il protagonista ritornò ad

essere Greg, per me fu come se il suo volto uscisse dall’anonimato, come Mario la notte precedente, le sue parole si

riempirono di spirito, le strade diventarono sue, si caricavano di vita e sensibilità.

 

Daniel Balditarra

 
 

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